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Montefalcione insorge

(foto - Fucilazione di Vincenzo Patruzziello da una stampa dell'epoca) (foto - Fucilazione di Vincenzo Patruzziello da una stampa dell'epoca)

 MONTEFALCIONE INSORGE

 

 

tratto da "La rivolta di Montefalcione"

 

di Eduardo Spagnuolo

 

Edizioni Nazione Napoletana, 1997

 

 

 

"Maledetto lo sissanta"

 

Maledetto lo sissanta,

 

c' ha lassata 'sta sementa

 

 se 'ncrementa com'a menta

 

pe' da' martirio a la povera genta

 

 

                                                                                                                                                                                                                            TORNA INDIETRO  

 

 

Le parole di questa strofa, che si tramandano nella tradizione orale di Montemiletto, esprimono bene lo stato d'animo dei nostri popolani negli anni immediatamente successivi al 1860. Una grande tensione, infatti, si respirava ovunque, dinanzi alla prepotenza collaborazionista delle classi alte e dinanzi all'irruzione dei militari stranieri.

 

   Nel circondario di Montefalcione, in particolare, c'era grande agitazione dopo i fatti cruenti del settembre 1860, quando i popolani di Montemiletto, Torre le Nocelle e Pietradefusi si erano sollevati rabbiosamente contro le famiglie liberali. Oltre mezzo migliaio furono gli incriminati, quasi quattrocento gli arresti. Molti sfuggirono alla cattura riparando nei boschi tra Montefalcione, Montemiletto, Lapio, Chiusano e Montaperto, dove, raggiunti progressivamente da altri fuoriusciti, iniziarono a radunarsi intorno ad accampamenti organizzati per lo più da ex soldati del disciolto esercito delle Due Sicilie. Anche le vicine montagne di Volturara, Sorbo e Salza erano ingombre di fuggiaschi.

 

Nella boscaglia, intorno alla bianca bandiera borbonica, si viveva in febbrile attesa di entrare in azione. Numerosi emissari e collaboratori nei diversi paesi della zona tenevano le fila dei collegamenti e dell'organizzazione. Da un luogo all'altro delle campagne e dei monti, nella fitta vegetazione dei luoghi, risuonava in lontananza l'eco dei corni usati per scambiare messaggi, segnalare pericoli, chiamare a raccolta. Spesso semplici fazzoletti bianchi, avvolti attorno a dei rami, servivano per comunicazioni a distanza.

 

 

    Per contrastare il nemico, una catena di solidarietà e di collaborazione percorse le contrade del circondario, superando tradizionali isolamenti e rivalità municipali. Frenetici movimenti da un luogo all'altro collegavano ed alimentavano una voglia generale di rivolta che agitava l'anima profonda del nostro popolo, sempre diffidente ed ostile nei riguardi degli intrighi di palazzo e di setta dei "galantuomini" locali .

 

Se le grandi rivolte del 1860 si erano svolte con scarsa organizzazione e strategia, nel luglio 1861 si pianificò, invece, un vero programma di riconquista politica del territorio. Da quei boschi, infatti, grosse bande mossero dal 6 al 9 luglio in ogni direzione per sollevare paesi e dilatare la rivolta.

 

 

Basilio Pagliuca e Gaetano Baldassarre

 

 

    Uno studente di Montefalcione di 25 anni, Basilio Generoso Pagliuca, ex militare dell'esercito delle Due Sicilie, si impose ben presto come capo dei rivoltosi.

 

Nato il 6 gennaio 1836 da D.Antonio e D.Pasqualina Limongiello, apparteneva ad una famiglia di proprietari, e il padre, per un certo periodo, aveva ricoperto la carica di sindaco. Basilio avrebbe quindi potuto allinearsi con l'interessata adesione degli altri possidenti meridionali al governo usurpatore, e così sfruttare la situazione per rafforzare la propria posizione sociale. Invece non solo rimase fedele al suo popolo, alla sua Patria e al suo re, ma risolse di lasciare i propri cari, che certamente fecero di tutto per trattenerlo, e darsi alla macchia. Preferì la vita rude ma libera dei boschi, per lanciarsi nell'avventura entusiasmante, ma pericolosissima, della resistenza armata, raggiungendo gli altri giovani fuoriusciti che da tempo avevano dato vita a bande militarmente organizzate.

 

 

    Col Pagliuca collaborò strettamente Gaetano Maria Baldassarre, appartenente anch'egli ad una delle famiglie più invista di Montefalcione. Nato il 7 settembre 1818 da D. Bartolomeo (che per un certo tempo aveva ricoperto la carica di sindaco) e da D.Maria Rosa di Alelio, e sposato con D.Carlotta Amatelli ° , Baldassarre aveva svolto un ruolo importante nella rivolta di Montemiletto del settembre 1860. Il 30 ottobre di quello stesso anno era stato denunziato direttamente a Napoli dal sindaco di Montefalcione Carlo Contrada, il quale aveva chiesto che venisse incaricato dell'arresto il capitano della Guardia Nazionale di Candida, Michele Tagle. Tale era l'isolamento di questi fantocci d'autorità, da non avere forze sufficienti neppure per arrestare un individuo, così da essere costretti a lacrimare soccorsi non ad Avellino, ma a Napoli!

 

Attivissimo nel propagandare la fedeltà al governo borbonico, Baldassarre si muoveva continuamente nel circondario per preparare reazioni, tenere riunioni organizzative e incoraggiare alla resistenza. Più volte fece affiggere manifesti sulle mura dei paesi vicini e in ogni angolo di Montefalcione, finanche sotto il muso del sindaco. In essi si leggevano sprezzanti insulti a Garibaldi ed esaltazioni del clima generale di insurrezione. In questa azione politica era attivamente aiutato, tra gli altri, dalla sorella Nicolina, che similmente collaborava alla propaganda filoborbonica. Tra gli agitatori pare vi fosse anche l'arciprete Gaetano Girone, anch'egli denunziato dal sindaco a... Napoli! 

 

E da Napoli, il 1 ° novembre, si invitò il governatore di Avellino, Giuseppe Belli, ad arrestare Baldassarre. Lo stesso governatore lo aveva definito "il più accanito capo della reazione avvenuta in Montefalcione e degli eccidi di Montemiletto".

 

 

    Per sfuggire alla cattura Baldassarre riparò a Capua e quindi a Gaeta, partecipando alla resistenza della fortezza. Ritornò poi a Montefalcione, presumibilmente alla fine del febbraio 1861, avvalendosi dei patti di capitolazione della roccaforte borbonica per sottrarsi alla persecuzione. In paese, muovendosi con estrema circospezione, si sforzò di offrire di sé un'immagine tranquilla. In realtà agì per fomentare ed organizzare la rivolta.

 

Se il Pagliuca fu la mente e il capo militare di tutto il piano, Baldassarre tenne dunque le fila del coordinamento politico. Altri capi militari furono Angelo Ciarla di Montemiletto, Vincenzo Petruzziello di Montefalcione, Pasquale Palladino di Lapio e Francesco de Francesco di Chiusano.

 

 

 

Montefalcione liberata

 

 

    Già agli inizi di gennaio si erano sparse voci di un'imminente insurrezione che doveva verificarsi in Montefalcione, Lapio, Montemiletto, Torre le Nocelle e Pietradefusi. Giunsero segnalazioni al governatore di Avellino, il quale mandò nella zona un drappello di ricognizione comandato dal capitano Masi, con l'ordine di procedere a perquisizioni domiciliari e al disarmo dei sospetti'.

 

Il successivo 10 febbraio mani ignote inalberarono di notte a Montefalcione alcune bandiere bianche, per cui due giorni dopo lo stesso Belli spedi in loco il capitano Tagle con l'incarico di scoprire i temerari.

 

 

    Il ritorno di Baldassarre da Gaeta a fine febbraio rinforzò notevolmente lo spirito di rivolta. Continue riunioni si tenevano per decidere il da farsi. La Guardia Nazionale del paese, capitanata da D.Pasquale Capone, non era nelle condizioni di controllare la campagna, da dove i fuoriusciti esercitavano indisturbati una crescente pressione sul centro abitato. Il 4 luglio questi ulti¬mi inviarono a D.Pasquale una lettera intimidatoria con richiesta di denaro e nello stesso giorno tentarono un'estorsione ai danni del tabaccaio Benedetto La Contrada, anch'egli di Montefalcione. Tutto era ormai pronto per rompere gli indugi ed uscire allo scoperto.

 

La sera del 5 luglio il giovane Basilio radunò all'aperto gli altri capi, intorno ad un fuoco, per le ultime istruzioni. In quella notte pochi riuscirono a dormire. Parola d'ordine dell'insurrezione: "Roma e sette mazze" .

 

 

    Il giorno seguente due uomini armati entrarono spavaldamente in paese e si presentarono dal sindaco, Diocle Polcari, con l'ingiunzione di adunare il popolo in pubblica piazza, distruggere le insegne sabaude ed inneggiare ai Borbone. Il sindaco, stupefatto ed atterrito, finse di accondiscendere, ma, resosi conto dell'aria che tirava, appena possibile fuggì, riparando a Candida presso il fratello Basilio. Nel pomeriggio sessanta uomini, tra cui molti soldati con divise militari del disciolto esercito, con a capo Basilio Pagliuca e Carmine la Contrada, suo luogotenente, al grido di "Viva Francesco II! Morte a Vittorio Emanuele e Garibaldi!" entrarono in Montefalcione, provocando l'immediata sollevazione dei paesani, i quali, senza incontrare alcuna opposizione, spazzarono via il governo fantasma dei liberali difeso da pochi, spauriti merce¬nari. Disarmarono la Guardia Nazionale e ripristinarono la Guardia Urbana, distruggendo le insegne sabaude e innalzando ovunque la bandiera patria. Dichiarato decaduto il governo nazionale, proclamarono la restaurazione del governo borbonico, nominando sindaco Gaetano Baldassarre.

 

 

    Dal pomeriggio del 6 luglio Montefalcione, di diritto e di fatto, tornò ad essere territorio del Regno delle Due Sicilie, in armi contro orde di stranieri e barbari invasori. Le poche famiglie liberali, totalmente isolate nel sentimento popolare a causa della loro sprezzante alterigia, fuggirono. La piazza fu dunque occupata dagli insorti, i quali, sventolando il vessillo borbonico, percorrevano di continuo; festanti e incontrastati, le vie del paese. Montefalcione divenne, di proposito, il quartier generale di una rivolta che intendeva propagarsi in ogni direzione. L'entusiasmo popolare era grande, e ben presto si vide accorrere gente dai luoghi vicini. Pagliuca divenne il riferimento di tutti i cospiratori.

 

 

    Il giorno seguente, i nostri sostennero e respinsero felicemente un tentativo di attacco da parte di una colonna di oltre cento militi capitanati da Carmine Tarantino. Giunse poi a Montefalcione il capobanda Angelo Ciarla con un drappello di armati di Montemiletto, alcuni dei quali con divise del disciolto esercito. Accolti con entusiasmo, i nuovi arrivati si esibirono in pubbliche esercitazioni militari per la strada principale del paese. Subito dopo, una moltitudine festante, preceduta dal frate Urbano Noviello, portò in processione un quadro della regina Maria Cristina di Savoia, madre di Francesco II ', venerata dal popolo come una santa ". Nel frattempo il Pagliuca guidava una spedizione per sollevare Chiusano San Domenico e dar man forte ai rivoltosi di Lapio.

 

 

    L'indomani gli uomini del Ciarla, insieme con altre bande, si diressero a Montemiletto per sostenere l'assedio contro il capitano Tarantino, come vedremo. Quasi nulla si conosce di ciò che avvenne in quei giorni a Montefalcione, ma, come si rileva dai processi successivamente istruiti dagli oppressori (che avevano tutto l'interesse a trovare ogni pretesto per aggravare la pena), nel paese governato da sé non avvenne il benché minimo furto e alcuna violenza. Vi fu solo un proposito, dal quale poi si desistette, di assaltare la casa di Ercole Polcari, dove tuttavia il giorno 9 si requisirono armi e viveri. Il mantenimento dell'ordine fu grande merito del giovane Pagliuca, che assunse l'onere gravoso di governare la piazza in momenti di grande concitazione popolare.

 

 

    La sollevazione di Montefalcione fu il segnale della rivolta. Una scossa elettrica eccitò a tal punto gli animi, che nei giorni successivi, uno dopo l'altro, decine di comuni e villaggi si sollevarono innalzando bandiere borboniche, con gruppi di rivoltosi che si muovevano da un luogo all'altro. Ovunque vennero distrutti e calpestati i ritratti e le insegne di Garibaldi e Vittorio Emanuele. Possidenti e liberali non ebbero altra via di salvezza che la fuga nel capoluogo, al riparo delle armi piemontesi.

 

In ogni centro liberato si provvide alla nomina del sindaco e alla rifondazione della Guardia Urbana. L'insurrezione dimostrò di perseguire un preciso piano politico: non solo si eliminavano le insegne del governo usurpatore dichiarandone decadute le funzioni, ma si provvedeva ovunque a ristabilire la legalità del precedente governo, procurando il ristabilimento di ogni condizione per un'effettiva operatività.

 

Dai boschi a ridosso di Montefalcione partirono due colonne di insorti. La prima per Chiusano e i paesi verso Avellino, la seconda per Montemiletto e Lapio.

 



 

IL MASSACRO DI MONTEFALCIONE

 

 

 

    Nel frattempo la giunta di Avellino, non disponendo più di militari per contrastare la sollevazione, continuamente lanciava pressanti richieste di soccorsi. Avendo compreso la gravità della situazione, il 6° Comando militare stanziato a Napoli ordinò al colonnello Jhasz, comandante la Legione Ungherese in Nocera dei Pagani, di inviare ad Avellino, con estrema urgenza, trecento uomini e tutti gli Usseri disponibili'.

 

La mattina del 9 arrivarono ad Avellino, al comando del maggiore Girczy, tre compagnie del battaglione di fanteria e centoventi Usseri. In breve, un'accozzaglia di Ungheresi (definiti dal Tecce "veri patrioti") venne a salvare l'occupazione sabauda nella provincia di Avellino! 

 

La prima compagnia, al comando del capitano Pinczés, fu spedita in direzione di Montefusco; la seconda, al comando del capitano Birò, in direzione di Montemiletto. Verso sera furono inviati altri uomini a rinforzare le due compagnie con l'ordine di convergere da nord su Montefalcione alle ore 7 del giorno 10, mentre il Girczy mosse direttamente verso il paese per attaccarlo, alla stessa ora, da sud. Un caporale della Guardia Nazionale di Candida, tal Michelangelo Parziale, si offrì a far da guida alla cavalleria ungherese.

 

 

    Nel frattempo, la truppa del de Luca, rinserrata senza scampo nel monastero, meditava di rompere l'assedio tentando con le armi di aprirsi un varco tra la folla tumultuante. Ma, improvvisamente, la mattina del giorno 10 si fece il vuoto intorno agli assediati. Questi, infatti, ad un certo punto osservarono un viavai di gente, di vecchi, mamme con bambini che precipitosa¬mente fuggivano in un frastuono di campane: la notizia dell'arrivo degli Ungheresi, noti per la loro ferocia, fece sì che "migliaia di contadini alla rinfusa si disperdessero per i campi".

 

Montefalcione precipitò nell'inferno!

 

Gli stranieri a passo di carica si lanciarono sugli assedianti, mentre dall'interno del monastero la brigata Aosta e le guardie nazionali fuoriuscirono al contrattacco. Gli insorti mantennero le posizioni per circa un'ora, per poi disperdersi in ogni direzione. 1 più arditi, un mezzo migliaio circa, risoluti a resistere, ripiegarono precipitosamente verso la parte alta del paese. Una quarantina di essi si asserragliò in due masserie vicine. Dagli Ungari, non militari, ma iene inferocite, "vi fu messo il fuoco, e, come uscivano, erano fatti a pezzi; non ne campò pur uno'.

 

 

    Il Girczy prese allora il comando di tutti i militari, e intorno alle 11 li fece marciare verso il centro di Montefalcione. I cinquecento nostri patrioti, risaliti lungo il paese, nel frattempo eressero, in una concitazione spaventosa di animi, barricate per ogni dove, accatastando tutto ciò che trovarono a portata di mano. Riuscirono a resistere per un po' di tempo, opponendo a più riprese violente ma innocue scariche di fucileria, ma "poi furono attaccati da ogni parte, e ne fu fatto orribile macello per le vie e le campagne"'.

 

Cessata la battaglia, mentre Montefalcione veniva orrendamente data alle fiamme dai militari, si scatenò una feroce caccia all'uomo con fucilazioni indiscriminate fin verso le 11 di sera. "Si trovarono 30 cadaveri per le vie dell'abitato, oltre quelli che sono per le campagne, e che saranno, poiché sono inseguiti da ogni parte, e come li pigliano li fucilano. Qui non se ne vogliono veder più prigioni, e, se ne verranno, saranno ammazzati inesorabilmente" 6. L'Irpino del 10 luglio 1861 scrisse: "La strage dei nemici è cosa orrenda a dirsi e a vedersi, a nessun tristo è stata risparmiata la vita". L'Irpino del 18 luglio 1861 narrò di un insorto moribondo che raccomandò l'anima a "Santo Francesco Borbone"!

 

 

    La Bandiera Italiana del 14 luglio 1861 scrisse con i soliti accenti di truce fanatismo: "La strage de' briganti ha espiato quelle nostre dolorose perdite con immane ecatombe. Non si è dato quartiere a nessuno, e bene sta. E' ora di liberare i paesi da questi Irochesi".

 

Ecco che razza di gente fece il cosiddetto "Risorgimento". Con quale diritto Piemontesi e Ungheresi armati venivano nelle nostre contrade? Con quale diritto si ammazzavano, si fucilavano, si carceravano, si incriminavano i nostri popolani? Secondo la storiografia ufficiale i tricolorati sarebbero stati "eroi" e "martiri". Tommaso Pedio: "A gara chi meglio sappia piegare la schiena, i primi storici liberali hanno ricostruito la storia del Risorgimento italiano ad usum delphini: per servile adulazione nei confronti del nuovo sovrano, la storiografia italiana postunitaria ha alterato la verità storica e ne è venuta fuori una storia assurda e irreale il cui unico, grande attore è una sparuta, avida, egoista e servile classe dirigente"'.

 

 

Morte e desolazione

 

 

    Gli Ungheresi ammazzarono dunque tantissima gente. Quale fu il numero preciso dei morti? Franco Molfese, che visionò la deposizione sui fatti del governatore di Avellino Nicola de Luca', scrive di 135 morti 9; lo stesso numero riportò l'Ulloa '; una delibera del consiglio comunale di Avellino del 18 dicembre 1863 dice: "Il paese occupato di viva forza, i reazionari fugati con circa centoquaranta morti, quindici passati per le armi, perché presi nel combattimento colle armi alla mano" ; secondo l'Irpino del 18 luglio 1861 le vittime furono 150. In particolare trenta persone furono uccise nel corso di un massacro invale in una chiesa, dove avevano cercato rifugio. Molti vennero fucilati nel monastero dei Padri Dottrinari.

 

 

    Montefalcione fu dunque nella desolazione, nel lutto e nella rovina. Un'alta colonna di fumo e di fiamme si specchiò negli occhi commossi di quanti, riusciti a fuggire, da lontano assistevano disperati alla rovina delle proprie case e alla morte dei loro cari e dei loro compaesani. Tra le altre venne depredata e incendiata l'abitazione del Pagliuca. Nei giorni successivi un altro battaglione ungherese, composto da due compagnie di Cacciatori al comando del maggiore Reinfeld, sopraggiunse per ristabilire l'ordine" con l'ausilio di quattro cannoni rigati "a meraviglia la prima fiata visti per su quelle colline erpicose" '. Si cominciò dunque a setacciare le campagne per non dar tregua ai fuggitivi. La tattica criminale usata nella repressione per i campi era di circondare il territorio e di sparare a vista su tutto ciò che si movesse. Ovviamente i successivi processi non diedero alcuna informazione su ciò che era avvenuto nel paese occupato '.

 

 

    II massacro scoraggiò profondamente le popolazioni e i resistenti, che iniziarono da allora a rassegnarsi alla tirannide, piegati dalla ferocia, dalla violenza e dalla spietata persecuzione. Nelle nostre contrade iniziava a profilarsi la definitiva sconfitta del Sud. La resistenza da allora abbandonò, per forza di cose, i centri abitati, per affidarsi alle bande armate.

 

Zigarelli: "E tutto ciò perché secondo una voce moderna, erano assassini gli infelici, che dopo aver combattuto da prodi negli eserciti reali per mantenersi fedeli al paese e al giuramento, per non piegare il ginocchio allo straniero, senza armi, senza uffiziali, senza duci, che la più parte erano stati compri o disertori, erano corsi sui monti per difendere comeché in lotta ineguale, la indipendenza della patria loro e i dritti della loro Dinastia. Le più nefande memorie delle guerre civili a fronte delle enormi atrocità piemontesi impallidiscono; queste orde sabaude pareano invase da rabbia d'inferno per distruggere un popolo generosissimo, che non potea onoratamente perdere l'indipendenza che dopo averla difesa sino all'estremo" '.

 

 

    L'eccidio di Montefalcione ebbe un'eco nel Parlamento di Torino. Il deputato di Casoria, Francesco Proto, Duca di Maddaloni, nella tornata del 20 novembre 1861 depose sul banco della Presidenza della Camera una mozione d'inchiesta 'in cui, per denunziare la brutalità della repressione piemontese, citò, tra l'altro, i fatti di Montefalcione. L'interpellanza parlamentare ebbe una pronta risposta: per l"'eroica" conquista di Montefalcione, "il maggiore Girczy ebbe la croce di cavaliere dell'ordine militare di Savoia e la menzione onorevole [medaglia di bronzo al valor militare]; 4 ufficiali e 16 uomini di truppa ebbero la medaglia d'argento al valor militare e 32 uomini di truppa ebbero la menzione onorevole" '6. Affinché nessuno rimanesse scontento, anche il citato Parziale, che molto patriotticamente aveva guidato gli Ungheresi, fu premiato su interessamento del de Luca. Perfino lo scassinatore Giovanni Guerra richiese con due suppliche un compenso per il suo atto di eroismo. Ogni commento è superfluo ".

 

 

    Ricordiamo, infine, che ancora oggi una delle strade principali di Montefalcione ha il nome incredibile e davvero singolare di Via Sabaudia, con l'evidente intento, da parte dei Piemontesi, di marcare con spietata arroganza la violenza della tirannide imposta su un territorio che essi, al di là delle ipocrite declamazioni patriottarde, sentivano e soprattutto trattarono come una colonia da depredare e sfruttare!

 

 

 

LA REPRESSIONE

Un crimine atroce

 

    Giuseppe d'Amore non era un ex soldato del disciolto esercito, non era un brigante, e non poteva avere alcuna reale consapevolezza sul significato degli avvenimenti di quegli anni. Era infatti un ragazzo di soli tredici anni: poco più di un bambino. Figlio di Francescantonio e di Maria Felice Basile, era nato il 9 marzo 1848 da una modesta famiglia (il padre, calzolaio, possedeva un po' di terra) residente in un caseggiato povero, nei pressi di Montefalcione: Verzare. E proprio a Verzare Giuseppe venne fucilato dai Piemontesi 1' 11 luglio, alle ore 13. Forse dinanzi agli occhi dei suoi genitori. Certamente dinanzi agli occhi dei rurali del luogo, che, rinserrati nelle proprie abitazioni, assistevano, ammutoliti e terrorizzati, alla scena di quando, in un silenzio da cimitero, rotto solo dalle grida sfrenate del ragazzo, tra le lontane ma incontenibili e strazianti urla di richiamo della madre, un plotone di assassini in divisa lo traduceva alla fucilazione.

 

    Dall'archivio della chiesa madre di Montefalcione si rilevano i nomi di otto popolani passati per le armi nel monastero dei Padri Dottrinari: Giuseppantonio Forcellati, Gennaro Altavilla, Antonio Guarino, Giovanni del Sasso, Carmine d'Amore, Ciriaco Capone, Gennaro Cataldo e Gennaro Semente. Dagli stessi documenti si ricavano inoltre i seguenti nominativi: Giuseppe d'Amore (già citato), Carmine d'Alelio, fucilato in località Sant'Antonio Abate, Angelo Ciampa, in Contrada Chiaine, e Pasquale Baldassarre, sulla strada Taverne '. Dai registri dello Stato Civile di Montefalcione si rileva che le esecuzioni avvennero da mezzogiorno in poi, in perfetto accordo orario con i fatti narrati.

 

 

 

Cialtroneria liberale

 

    Alle 9 di mattina del giorno 11, il de Luca scrisse da Monte­falcione al capitano Tagle z: "La ringrazio tanto di quel che ha praticato per il bene del paese e della energia che à spiegata per la persecuzione dei malvaggi. Intanto la interesso a continuare con lo stesso calore ed energia e ne sono certo perché conosco troppo il suo patriottismo. Da qui a poco vado ad attaccare Lapio con la colonna". Le sue truppe proseguirono quindi nella campagna di repressione, lasciando ai battaglioni ungheresi il compito di "normalizzare" la situazione nelle campagne di Montefalcione.

 

    Raggiunsero Lapio, dove molti degli insorti si erano rifugia­ti. Gli uomini del governatore procedettero qui a varie fucila­zioni. Vennero uccisi anche il trombettiere e il tamburino della banda del paese, di null'altro colpevoli se non di aver suonato nei giorni della rivolta l'inno borbonico per le vie dell'abitato. Il 20 agosto nei pressi di Lapio, in circostanze poco chiare, fu ucciso il capobanda Francesco de Francesco, da parte, sembra, di alcuni contadini. Nella vicina Castelfranci un certo Nicola M. Roberto, avendo avversato con discorsi sediziosi il governo, era stato imprigionato; riuscito a fuggire, venne poi ripreso e, senza tanti complimenti, fucilato dai militari del de Luca'.

 

    Il 12 luglio il governatore inviò una lettera al capitano della Guardia Nazionale di Salza in cui, tra l'altro, scriveva: "Ho delle eccellenti notizie a darle. I briganti battuti su tutti i punti, costernati, fuggitivi, sperperati, i paesi atterriti dalla prontezza e severità della repressione. In Montefalcione hanno avuti trenta­tré morti nel conflitto, si dice però che ve ne siano altri 40 per la campagna, sette fucilati. Ieri fucilati in Lapio altri 4, e ciò oltre le perdite sofferte a Candida e Chiusano. Abbiamo 4 can­noni, 200 ussari ungheresi, un battaglione di Linea, ed una compagnia di ungheresi, una compagnia del 6° di Linea, ed 800 guardie mobilizzate. Si rinfranchino i buoni: guai ai birbanti, è  suonata l'ora della loro distruzione. Chiunque è preso con le armi alla mano è fucilato subito"'. Quel giorno stesso la truppa proseguì per Montemarano e quindi, alle 8 del mattino seguen­te, raggiunse Paternopoli, dove rimasero centodieci guardie nazionali con l'ordine di dirigersi a Parolise.

 

 

    A mezzogiorno la truppa raggiunse Volturara. Qui il de Luca riuscì a catturare un tal Pagliuchella, capobanda, che venne impiccato al tiglio di piazza Roma, da dove penzolò per diversi giorni 5: barbarie inaudita nel nostro Regno!

A ennesima conferma della malvagità d'animo del governa­tore, magnificato poi dalle servili adulazioni dei liberali nostra­ni, riportiamo le affabili aggettivazioni, cariche di amore patriottico, con le quali egli, in un rapporto al dicastero dell'interno del 14 luglio 1861, qualificava gli abitanti di questo bel paesino: "Volturare, paese barbaro e incivile, quantunque grosso di 7000 abitanti. Feci sfilare tutte le truppe e i cannoni per il paese, perché quegli èbeti si persuadessero della forza del governo" . Autentico cialtrone!

Espressioni del genere nei riguardi della nostra gente erano frequentissime nelle scritture dei "fratelli d'Italia" del tempo. Citiamo solo, tra le tante, le parole del pubblico ministero nel processo per la rivolta di San Potito, da lui definito "paesello quanto d'appoco, tanto infesto e maligno".

 

    Il cialtrone de Luca sciolse la banda musicale di Volturara, rea di aver suonato l'inno borbonico, e minacciò di denunziare al potere giudiziario il sindaco e le locali guardie nazionali per complicità con le bande armate se non avessero provveduto a perseguitarle con energia. La truppa continuò poi per Sorbo e Salza, rientrando infine ad Avellino.

Il giorno 11 il circondario di Tufo (dove la sera del 10 anco­ra si festeggiava per Francesco II) fu investito dall'accorrere di guardie nazionali da Altavilla, Ceppaloni e San Giorgio, capita­nate da Francesco Parente, che posero fine alla rivolta, già di per sé rientrata appena giunte le tragiche notizie di  Montefalcione.

 

 

    L'intera campagna di repressione fu accompagnata dai soliti rastrellamenti indiscriminati di popolani che da tutto il territo­rio interessato dall'insurrezione venivano senza posa ammassa­ti, in condizioni disumane, nelle carceri di Montemiletto, Sant'Angelo dei Lombardi, Montella e, soprattutto, Avellino e Montefusco, veri monumenti alle sofferenze delle nostre popo­lazioni. Non a caso il sovraffollamento assurdo in queste pri­gioni provocò numerosi tentativi di evasione in massa, registrati nei documenti del tempo, per non parlare dell'altissimo numero di decessi dovuti alle inevitabili malattie che i carcerati vi con­traevano.

 

    Nessuna notizia abbiamo della repressione in Montemiletto. Ma quanto ci rimane ignoto delle vicende vagamente narrate e della repressione di quei giorni? Il liberale Vladimiro Testa rac­conta: "L'Abate Ciampi, nel luglio 1861, con una mano di ardi­ti montefuscani, piomberà su Montemiletto a reprimervi la rea­zione" 8. Scrive poi di questa presunta azione come di "una pericolosa impresa". Non ho trovato alcun documento che atte­sti una cosa del genere. Di certo l'Abate, se mai si mosse verso Montemiletto, non lo fece prima che la cavalleria ungherese avesse sgombrato il campo da ogni resistenza. Quanto agli "arditi", se ce ne fossero stati, sarebbero accorsi a salvare il Tarantino, piuttosto che arrivare a fatti compiuti. Si riporta poi da altri la notizia secondo cui il Cialdini aveva intenzione di bombardare e distruggere Montemiletto per punirla definitiva­mente delle sue ripetute ribellioni, ma avrebbe in seguito rinun­ziato per la presunta mediazione dell'Abate Ciampi. Personalmente penso che la notizia, di per sé non inverosimile, sia piuttosto un'esagerazione per accreditare il Ciampi di meriti presso le popolazioni. Pertanto, in assenza di documenti, riten­go di non dover accogliere per autentico il fatto, anche se il Cialdini si era dimostrato capace di ogni eccesso criminale (ad esempio, nel bombardamento di Gaeta) .

 

 

    A Prata nei giorni della repressione venne denunziato un tal Alfonso Luongo, di professione fabbro, da una spia di Santa Paolina. Costui andava apertamente affermando, nella sua bot­tega a Tavernanova "sulla consolare", che "se i liberali cantava­no vittoria, fra breve non sarebbe stato così", e preannunziava altre reazioni. Inoltre era solito cantare e recitare inni e poesie in lode di Re Francesco II e parlar male di Garibaldi. Venne ovviamente associato agli incriminati per la cospirazione di quei giorni `°.

 

L'avvertimento del Luongo era serio: L'Irpino del 10 ago­sto informò che gli abitanti di Montemiletto davano nuovi segnali di rivolta!

 

Sciacallaggio in Montefalcione

 

    A Montefalcione, dalla sera del giorno 10, quando ormai la rivolta era stata soffocata nel sangue, cominciò il rastrellamento delle armi. In pochissimi giorni si sequestrarono da parte dei militari centinaia di fucili. Di questi ben 150 finirono indebita­mente nella mani del più volte citato Pasquale Mauriello, il quale, all'indomani del massacro, fu improvvisato sindaco da un conciliabolo semiclandestino costituito dalle poche famiglie collaborazioniste, spalleggiate dalle armi piemontesi.

Il clima di dura persecuzione giudiziaria che imperversò nei mesi e negli anni successivi permise al neosindaco di sfruttare la situazione. Infatti molti compaesani, per sottrarsi alle vessa­zioni del potere giudiziario, gli sborsarono tangenti per ottenere l'impunità. Egli stesso, a sua volta, tentò di procurare la fede di buona condotta a due suoi figli che erano stati fortemente implicati nella rivolta, ma la giunta municipale respinse questa sfrontata richiesta. Mauriello ne fece tante da farsi destituire dalla carica di primo cittadino. Alla fine fu imboscato nella Guardia Nazionale col grado di sottotenente ".

 

    Similmente sfruttò la situazione D.Ercole Polcari, il quale dapprima procurò di accusare un gran numero di compaesani e  poi si offrì di scarcerarli dietro la corresponsione di mazzette. Così scampò un tal Giuseppe Pagliuca che, latitante da un anno per la rivolta di Montemiletto del settembre 1860, si costituì e, grazie al Polcari, ritornò libero dopo soli 26 giorni. D.Ercole tentò di profittare anche di Gaetano Baldassarre, che alla fine, esasperato, così commentò: "Mi ha rovinato, e adesso ci dob­biamo umiliare" .

 

 

    Michele Tagle più di una volta si recò a Montefalcione nel tentativo di arrestare Baldassarre. In tali occasioni non trala­sciava di mettergli sottosopra la casa, suscitando il risentimento delle sorelle Nicolina, Carolina e Celeste (come avvenne nel gennaio o febbraio del 1862). Tramite Francesco Perillo, cognato di Gaetano, fece poi sapere di essere disposto a scagio­narlo dietro una ricompensa di cinquanta piastre. Il ricatto, però, non fu accettato '.

 

Disavventura di una guardia nazionale

 

    Tra i militari che si batterono durante l'assedio nel monaste­ro di Montefalcione e nel successivo massacro, troviamo un tal Nicolangelo Natellis, nome che al lettore attento dovrà risultare familiare, in quanto si tratta proprio del personaggio che abbia­mo visto entrare con la bandiera borbonica in San Potito alla testa dei rivoltosi, dando inizio alla sollevazione in paese.

Secondo la testimonianza del citato tenente Francesco Santulli di San Potito, che pure fece parte della colonna repres­siva, il Natellis si batté con coraggio, e due giorni dopo l'ecci­dio fu destinato di scorta per il trasporto dei militari feriti ad Avellino. Fece quindi ritorno dai suoi, a casa di suo padre Beniamino (che, come si è visto, era stato aggredito da Cindolo e compagni). Nel frattempo, essendo cominciata in paese la persecuzione giudiziaria, sulla base delle testimonianze accusa­torie di molti il 12 novembre 1861 fu spiccato nei suoi confron­ti un mandato di cattura, che lo costrinse a subire l'umiliazione di vedersi carcerato e trattato come un brigante. Ma procediamo  con ordine.

 

 

    Il Natellis fu tra coloro che il 6 luglio vennero spediti dal capitano della Guardia Nazionale di San Potito, Matteo Tecce, a Candida, su urgente richiesta di Michele Tagle. Ritornato il giorno seguente e avuta notizia dei tumulti di Chiusano, prese a chiedere informazioni ad alcuni popolani che incontrò per la strada. Alle sue domande costoro reagirono urlando: "I galan­tuomini! i galatuomini!" (in effetti egli era malvisto dalla popo­lazione, in quanto nell'aprile precedente si era unito al governa­tore per reprimere le insurrezioni di Volturara e di altri paesi della provincia). Vista la mala parata, pensò bene di allontanar­si in tutta fretta, riparando in un suo fondo che confinava col territorio del comune di Parolise. Qui si incontrò col sindaco, il citato Domenico Maffei, che gli consigliò vivamente di cambia­re aria, essendo la campagna circostante percorsa da gente sedi­ziosa. II fuggitivo decise allora di far ritorno a casa per armarsi, ma sulla strada, ad un certo punto, fu circondato da un gruppo di rivoltosi guidati da Vincenzo Cindolo, che prese a minacciar­lo di morte per la sua appartenenza alla Guardia Nazionale.

 

    Poiché il malcapitato cercava di giustificarsi affermando che la sua partecipazione era dovuta ad ordini superiori, il capobanda gli rispose: "Ebbene non vuoi morire, allora ti comandarono gli altri, ed ora ti comando io" ", al che, tolta una bandiera bianca ad uno dei suoi uomini e minacciandolo con lo stile, gliela con­segnò dicendo: "Tu portasti la bandiera di Vittorio Emanuele, e tu porti questa" `S. Minacciato di morte, Natellis fu costretto a ubbidire e ad inneggiare a Francesco II. Ecco, dunque, perché fu visto addirittura alla testa dei rivoltosi il 7 luglio. Lo stesso dovette poi girare per San Potito insieme con gli altri, fin quan­do non riuscì a fuggire, approfittando di un momento in cui i rivoltosi erano fermi in una bottega per comprare dei sigari. Riparò in Atripalda, dove si presentò prima dal capitano Palumbo di Bellizzi, che gli fornì delle armi, e poi dal maggiore Preziosi, cui raccontò l'accaduto. Questi gli ordinò di raggiungere un avamposto in località Acqua Chiara, dove trascorse tutta la notte, unendosi il mattino seguente alla colonna militare del de Luca.

 

 

    Il Natellis faticò non poco per vedersi riconosciuta l'inno­cenza e, in attesa, rimase in carcere, accusato di cospirazione, fino al 30 agosto 1864: oltre tre anni dunque, senza contare le spese sostenute per l'avvocato!

 

 

 

IL CORAGGIO DI VINCENZO PETRUZZIELLO

 

 

    Le conoscenze influenti della famiglia Pagliuca

 

    Basilio Pagliuca riuscì a non morire durante la cruenta battaglia di Montefalcione. Tentò la latitanza tra quei boschi a lui così cari, conosciuti palmo a palmo, con l'angoscia e la rabbia di assistere impotente alle disgrazie dei paesani e di sentire la sua giovane vita sfuggirgli fra le mani, perseguitato da un nemico tanto implacabile quanto vile.

 

    Braccato dalle forze nemiche, senza possibilità di scampo e fortemente condizionato dalla famiglia a non rischiare inutilmente la fucilazione, il giovane Pagliuca fu convinto a costituirsi. Subì un estenuante processo, e infine, nonostante le pressioni paterne, fu condannato a 25 anni di lavori forzati, in quelle galere sabaude che erano l'inferno sulla terra. A quelli della condanna vanno aggiunti altri 10 anni di sorveglianza speciale e una multa di cento lire. E gli andò bene, perché moltissimi suoi compagni, che avevano diviso con lui le notti a dormire sotto le stelle, gli stessi pericoli, le stesse paure, le stesse speranze nei momenti rari ma intensi di gioia per la momentanea vittoria, non ebbero la buona sorte di continuare a vivere, sia pure come reclusi.

 

    Senonché nello Stato Civile di Montefalcione, incredibilmente, ritroviamo in data 6/8/1881 lo stesso Basilio Pagliuca convolare a nozze con Consolata Anzalone ': evidentemente beneficiò di una sensibile riduzione della pena, non documentata invece per altri. A tal proposito citiamo il caso penoso del giovane montefalcionese Felice Nasta, che, condannato ai lavori forzati a vita e recluso nel carcere di Portoferraio nell'Isola d'Elba, il 22 aprile 1894, dopo avere scontato già quasi trent'anni, inoltrò domanda per una riduzione della pena. La Corte di Appello di Napoli in data 29 settembre 1894 molto umanamente rigettò la richiesta dello sventurato. In proposito ricordiamo che il re di Napoli Ferdinando Il già nel lontano 25 febbraio 1836 aveva abolito la pena dei lavori forzati perpetui!

 

    Basilio Pagliuca dimorò con la giovane sposa in Piazza dell'Olmo, dove era nato. Generò sette figli e mori il 19 marzo 1894 all'età di 58 anni. La sua morte prematura può essere facilmente messa in relazione con le asprezze del regime dei lavori forzati che pur dovette subire per molti anni (senza contare il periodo trascorso in carcere in attesa di giudizio).

 

  In proposito occorrerebbe indagare su quanti nostri conterranei lasciarono la pelle in questo durissimo regime di reclusione. Di sicuro nelle carceri piemontesi, tra gli arrestati in quegli anni per reati politici, è documentato un numero di decessi inspiegabilmente eccessivo considerata anche la giovane età della maggior parte dei reclusi.

 

Vincenzo Petruzziello

 

    Tra i capi più ardimentosi che sostennero l'insurrezione un ricordo particolare merita Vincenzo Petruzziello. Nato il 5/12/1819 in località Toriello (piccola frazione di Montefalcione nei pressi di San Michele di Pratola) da Antonio e Maria Casolo contadini, il 12/12/1842 sposò Carmina Chiuccariello, figlia di Saverio e Teresa Pagliuca, dalla quale ebbe otto figli.

 

    Di non precarie condizioni economiche, nel 1860 Petruzziello lavorava come fattore, in località Bosco di Montemiletto, al servizio di un certo Capone, ricco proprietario terriero di Montefalcione, e abitava poco distante, in contrada Castellorotto. Dimorava, dunque, proprio nel territorio percorso dai fuoriusciti decisi a resistere all'invasione. Il suo coinvolgimento negli avvenimenti di quegli anni cominciò, probabilmente, in un giorno del 1860, quando alcuni Garibaldini razziarono senza ragione le povere case di Toriello. Un abitante del luogo, appostatosi dietro a una siepe, sparò in direzione dei rapinatori, uccidendone uno. Il fatto sarebbe avvenuto presso un crocevia situato lungo la stradina che collega San Michele a San Fele, a pochi metri dall'abitazione natia del Petruzziello. Chi sparò fuggì in direzione del caseggiato, che, per ritorsione, venne dato alle fiamme. Questo episodio e i danni subiti evidentemente incoraggiarono il nostro ad abbracciare la lotta armata.

 

    L'occasione si presentò quando alcuni suoi conoscenti che si erano dati alla macchia gli chiesero in prestito il fucile. Egli decise piuttosto di seguire i rivoltosi, divenendo in breve, grazie alla sua abilità, un temuto capobanda. L'avversione che nutriva verso i Garibaldini e il nuovo regime pare si scontrasse in lui col forte carattere sociale che andava assumendo la resistenza, indirizzatasi fin dal primo momento contro il ceto dei possidenti, schierati in grande maggioranza dalla parte del regime usurpatore. Fu per questo che dovette vincere non poche esitazioni prima di porsi contro la famiglia Capone, che pur gli aveva dato da vivere.

 

    Petruzziello guidò abilmente i suoi, investendo, in nome di Francesco Il, i paesi del circondario, ovunque benevolmente accolto dalle popolazioni, che quasi sempre uscivano dai centri abitati per farsi incontro agli armati e scortarli a suon di grancassa. La sua banda divenne una vera e propria spina nel fianco dei Piemontesi, con i quali sostenne vari conflitti a fuoco. Fu proprio in uno di questi scontri che egli fu raggiunto ad una spalla da un colpo di fucile. La ferita, dopo qualche tempo, gli guarì, senza però che il proiettile gli fosse mai estratto.

 

    Nel settembre del 1860 partecipò alla rivolta di Montemiletto, dove, a quanto pare, fu tra coloro che diretta-mente presero parte all'uccisione dei liberali del luogo. Soprattutto fu tra i protagonisti della grande insurrezione del luglio 1861. Agendo in perfetta intesa con Basilio Pagliuca, capeggiò le bande che sollevarono Montemiletto e strinsero d'assedio il palazzo Fierimonti difeso dagli uomini del capitano

 

    Tarantino (il quale fu ucciso, sembra, proprio da Petruzziello). Dopo l'eccidio, autoproclamatosi generale, si diresse con Angelo Ciarla a Torre le Nocelle per una spedizione punitiva contro la famiglia Rotondi, ma dovette precipitosamente far ritorno a Montefalcione per fronteggiare l'aggressione delle truppe del de Luca. Partecipò dunque all'assedio del monastero e alla successiva, cruenta battaglia contro la Legione Ungherese, al termine della quale insieme con gli altri capi riuscì a fuggire nelle campagne.

 

    Dopo l'eccidio, la repressione non disdegnò di indurre qualcuno, in cambio di ricompense e dell'impunità, a collaborare all'arresto del capobanda. La cattura avvenne tra il 19 e il 20 luglio', non lontano da contrada Toriello, grazie alla collaborazione di cinque suoi "amici", che vennero poi ricompensati, su sollecitazione del de Luca, con 3 miserabili ducati a testa, prelevati dai 400 messi a disposizione dal governo sabaudo alfine di premiare spie e traditori. Autentici denari di Giuda!

 

Riportiamo i nomi di costoro':

 

1) Francesco Ciampa;

 

2) Arcangelo Martignetti;

 

3) Raffaele Antonio Petrillo;

 

4) Antonio Petruzziello;

 

5) Sabato Petruzziello (nipote di Antonio).

 

    A quanto pare, essi furono persino muniti di fischietti di richiamo da utilizzare nel momento in cui fossero riusciti ad immobilizzare la vittima. Tale era il timore che il nostro incuteva negli "eroici" tricolorati! Si racconta che un giorno, con i militari stanziati poco lontano nelle campagne di San Michele, i traditori lo avvicinarono per proporgli una ripresa delle azioni di resistenza. Per immobilizzarlo ricorsero ad uno stratagemma, facendogli credere di voler vedere lo stato della sua ferita, per accertarsi che si fosse rimarginata, prima di intraprendere le scorrerie.

 

   Vincenzo, mai sospettando una trappola, abboccò: depose il fucile e cominciò a togliersi la camicia. Bastarono agli infami quei pochi istanti in cui lo sventur

 

 

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